mercoledì 25 marzo 2026

Parole dal mondo: Ikigai, Wabi-sabi e Kintsugi

 


​Da qualche anno mi sono avvicinata alla filosofia giapponese e mi sono subito sentita a casa. Mi piace perché non è fatta di teorie difficili, ma di concetti concreti e gentili. È quella "calma" che spesso perdo durante la giornata e che qui riesco a ritrovare.

​Oggi voglio condividere tre piccoli punti fermi che porto sempre con me, specialmente quando tutto sembra un po' troppo.


​Wabi-sabi: La bellezza dell’imperfezione


​Il Wabi-sabi ci dice una cosa liberatoria: non serve essere perfetti per essere autentici. Le cose vissute, un po' storte o semplici hanno un’anima. Vale anche per noi: le nostre giornate incasinate o le nostre "crepe" non ci rendono sbagliati, ci rendono veri. Essere umani è molto meglio che cercare di essere perfetti.


​Ikigai: Il motivo per cui ci svegliamo


​L’Ikigai non deve essere per forza un obiettivo enorme. A volte è una cosa piccolissima: il piacere di una tazza di tè in silenzio, un libro che ti aspetta sul comodino o l’abbraccio di una persona cara. È quel "piccolo progetto" o quel gesto quotidiano che ti fa sentire vivo e dà un senso gentile alla giornata.


​Kintsugi: Le crepe che diventano forza


​Questo è in assoluto il mio concetto preferito. Mi ha colpita così tanto che ho deciso di frequentare dei workshop di Kintsugi contemporaneo per imparare a farlo con le mie mani.
​Ma cos'è esattamente? È un’antica tecnica giapponese: quando un oggetto di ceramica si rompe, non lo si butta. Lo si ripara usando una lacca mescolata a polvere d'oro. La rottura non viene nascosta, ma evidenziata. L’oggetto non torna come nuovo, ma diventa molto più prezioso proprio perché mostra le sue cicatrici dorate.
​Leggere e praticare il Kintsugi mi ha insegnato che anche noi possiamo rinascere dai momenti difficili. Le nostre ferite non sono difetti da nascondere, ma pezzi della nostra storia che ci rendono unici e più forti.

I miei consigli di lettura

​Se vuoi approfondire questi temi, ti consiglio questi tre libri:


"Kintsugi" di Céline Santini: (il mio preferito) Un libro bellissimo che spiega come riparare le ferite dell'anima seguendo passo dopo passo la filosofia di questa disciplina.
"Wabi Sabi" di Selene Calloni Williams: Una guida profonda per imparare a vedere il magico nel quotidiano e ad accettare la natura mutevole della vita.
"Il metodo Ikigai" di Héctor García e Francesc Miralles: Un testo molto pratico e scorrevole che aiuta a trovare il proprio "motivo per alzarsi al mattino" partendo dalle piccole cose.

Ma c'è ne sono tanti altri che piano piano sto recuperando..... 

Wabi-sabi, Ikigai e Kintsugi sono i miei modi per guardare la vita con più dolcezza. Mi ricordano di rallentare, respirare e accogliere le cose, e me stessa, esattamente per come sono.



mercoledì 18 marzo 2026

Il gabbiano Jonathan Livingston


Volevo parlarvi di un libro che mi è entrato nel cuore: 
Il gabbiano Jonathan Livingston
L’ho scoperto quasi per caso ascoltandolo un pomeriggio e mi ha colpita così tanto che ho dovuto comprarlo subito per rileggerlo con calma.
​È la storia di Jonathan, un gabbiano che non si accontenta di usare le ali solo per cercare cibo come fa tutto lo stormo. Lui sente che le ali servono a qualcosa di più: vuole volare alto, fare acrobazie e scoprire i suoi limiti. 
Questo suo desiderio di libertà lo rende un reietto e lo costringe ad allontanarsi dal gruppo perché non vuole omologarsi alla massa.
​Mi ha fatto riflettere su quanto spesso preferiamo restare chiusi nei limiti del "gruppo" invece di essere noi stessi. Jonathan è forte, indipendente e affronta le sfide senza paura, fino a diventare un vero maestro per gli altri. La cosa che mi ha colpito di più è che, mentre lui voleva solo insegnare agli altri che ognuno può volare alto, dopo la sua morte viene quasi trattato come un Dio. È un paradosso: lui voleva mostrare che siamo tutti capaci di grandi cose, ma gli altri preferiscono adorarlo invece di impegnarsi a seguire il suo esempio.
​Il messaggio per me è chiaro: non dobbiamo lasciarci tarpare le ali o permettere agli altri di dirci cosa fare. Bisogna osare e imparare da se stessi. 
Mi sono chiesta: "Perché non l'ho letto prima?". Secondo me andrebbe fatto leggere nelle scuole, perché aiuta i giovani a capire l'importanza di non aver paura di essere diversi.
​C'è una frase nel libro che riassume tutto:
​"Non dar retta ai tuoi occhi e non credere a quello che vedi. Gli occhi vedono solo ciò che è limitato. Guarda col tuo intelletto, e scopri quello che conosci già, allora imparerai come si vola."
​In conclusione, Jonathan ci insegna che la vera libertà è avere il coraggio di scoprire chi siamo davvero, anche quando il mondo cerca di tenerci a terra. È un libro da tenere sempre vicino per ricordarsi di puntare sempre verso l'alto.

lunedì 9 marzo 2026

Pulce non c'è di Gaia Rayneri


 

Ho già incontrato un libro di Gaia Rayneri: Controcorrente, una storia autobiografica molto bella che vi consiglio di leggere (trovate anche la mia recensione sul blog). 

Incuriosita dal suo modo di scrivere e dalla sua storia personale, ho deciso di leggere Pulce non c’è, che l’autrice ha rivelato essere, da qualche anno, la vera storia della sua famiglia.

Il libro narra della famiglia Camurati: mamma Anita, papà Gualtiero, Giovanna di tredici anni e la piccola Margherita, nove anni, detta Pulce, una bambina con problemi di autismo. Un giorno la mamma va a prenderla a scuola e scopre che Pulce non c’è: è stata portata via dagli assistenti sociali per condurla in un “posto sicuro”. Da qui inizia l’incubo della famiglia e la loro lotta per riportarla a casa.

La storia è narrata dalla voce di Giovanna, la sorella maggiore, che ci racconta tutto attraverso i suoi tredici anni: in modo semplice, a volte imperfetto, ma sempre emotivo, soggettivo e mai retorico o patetico. Il suo modo di raccontare è spesso strano, quasi distorto, ma se si presta attenzione tutto acquista senso e rappresenta perfettamente ciò che una ragazzina della sua età vive mentre osserva il suo dolore e quello dei suoi genitori. È anche un modo per mostrare come bambini e adolescenti, di fronte alla sofferenza, si creino una bolla o un mondo parallelo per riuscire a sopravvivere emotivamente.

Ma in realtà non è solo la storia di Pulce: è anche la storia di Giovanna, del suo crescere, del passaggio dall’infanzia all’adolescenza, del non sapere quanto possa ancora permettersi di essere bambina e quanto invece sia costretta a sentirsi grande. È anche un percorso di accettazione di sé e del proprio corpo.

Il vuoto lasciato dall’assenza di Pulce è enorme. Il tempo, per tutta la famiglia, sembra improvvisamente in eccesso: prima era riempito dalle abitudini e dalle manie della piccola di casa. Dopo il suo allontanamento, la casa sembra svuotarsi non solo fisicamente, ma anche emotivamente. Ciò che prima era routine, ciò che sembrava solido e quotidiano, viene a mancare. E non solo perché manca lei, ma perché nessuno sa più come colmare quel vuoto.

Bellissima anche la descrizione affettuosa e bizzarra che Giovanna fa della sorellina, raccontando il suo autismo senza cadere nei luoghi comuni o negli stereotipi, ma restituendo la vera essenza di Pulce:
“È una bambina autistica che non parla, ma questo non significa che non abbia niente da dire.”

Sono rimasta molto colpita da questa storia, non solo per l’ingiustizia che la famiglia ha dovuto affrontare, ma anche per la scelta di raccontarla attraverso gli occhi di un’adolescente. Quegli occhi che osservano ciò che noi adulti spesso non sappiamo vedere; quel modo di raccontare tipico dei ragazzi, che si focalizzano su dettagli che, da adulta, ho trovato a volte quasi ridicoli, ma non se mi immedesimo in una tredicenne. E poi quel modo strampalato di descrivere le cose, che in alcuni momenti mi ha aiutato a digerire ciò che stava accadendo alla famiglia e mi ha fatto sorridere, anche quando avrei voluto entrare nel romanzo e prendere a schiaffi qualcuno.

Pulce non c’è, ma vi assicuro che grazie a Giovanna è come se fosse presente fisicamente in ogni pagina.

Vi consiglio di leggerlo: racconta una storia che non dovrebbe mai essere vissuta da nessuno, ma allo stesso tempo ci mostra quanto spesso siamo noi a voler vedere la diversità negli altri.

Parole da l mondo: Meraki

Sono sempre incuriosita da ciò che arriva da altre lingue, specialmente quando una sola parola riesce a esprimere concetti elaborati e affas...